Vini artigianali,

figli del Sannio

Nel Sannio, nei piccoli paesini rurali che lo compongono, il rapporto con la terra è imprescindibile, simbiotico. Un rapporto antico, che ripercorso all’indietro, sfuma in ricordi familiari, tramandati di nonno in nipote. Il vino, figlio di questa terra, era un sostegno fondamentale per affrontare i duri lavori della campagna. La vendemmia, la pigiatura, la magia, il vino come dicevano “bolliva”, non di rado, un velo di neve ridipingeva tutto soave, le uve avevano bisogno di fare un passaggio nel forno per mandare via quella brina ghiacciata. Storie incredibili, dure e romantiche, rispettose anche dei grappolini più piccoli. Il forno era in pietra inglobato nella casa, si confondevano, anzi no, erano complementari e inscindibili. I tini nei giorni precedenti alla raccolta venivano riempiti di acqua per gonfiare il legno, chiudere le fessure e rendersi ermetici al mosto porpora. Poi si guardava il cielo, la mancanza, la crescenza, la sapienza popolare traslava i dettami celesti in piccole azioni quotidiane, un’attenzione gentile, le damigiane impagliate, i travasi per caduta, gli assaggi fugaci.

Antonio Calandriello
chi sono

Sono Antonio, viticoltore sannita, sommelier da qualche anno, bevitore da sempre. Ho iniziato questo percorso attaccato alla giacchetta di nonno, in una cantina angusta e piena di damigiane di tutte le dimensioni. La mia passione mi porta a trasformare le uve con massimo rispetto dell’uva e del luogo; gli agenti atmosferici trasferiscono elementi distintivi anno dopo anno, e attraverso loro i vini si fanno sinossi del fluire del tempo. Dall’infanzia la curiosa e strabiliante trasformazione dell’uva mi ha coinvolto e affascinato, solo oggi ho deciso di racchiudere tutto in una bottiglia, perché il vino è viaggiare senza viaggiare. Se l’interesse del Sannio ti porta fino a qui, potrai assaggiare dei vini non perfetti, ma perfettamente aderenti al territorio.

Vigneto Bosco

il contesto

Vigneto del 1975, a raggiera avellinese con ‘tennecchie’ che spesso congiungono tra loro. Adagiato in pendenza ai piedi del Taburno, ne è naturale prosecuzione del suolo, argilla e calcare con presenza di roccette erose, sassi erranti che spesso discendono proprio dal bosco. Il vigneto con la sua esposizione a nord/ovest evita eccessivi accumuli di zuccheri, preservando la freschezza; si beneficia così di una maturazione più lenta che dona maggiore complessità ai vini. Il bosco sovrasta letteralmente il vigneto con la sua fitta vegetazione, contribuisce non poco al microclima che si genera sulla particella.

Nel 1975 mio nonno piantò quattro vitigni differenti: Aglianico, Sangiovese, Montepulciano e Trebbiano, in linea coi tempi che guardavano più ai vitigni nazionali che internazionali. Vitigni che, dopo cinquant’anni, si sono armonizzati col contesto, luogo che molto probabilmente era bosco nella sua prima vita, lo si nota dalla ricchezza vegetativa che se lasciata libera di esprimersi, tira fuori asparagi, piccole piantine di querce, ciclamini napoletani. Piccoli grappoli, senza mai esagerare, una qualità delle uve al di sopra dell’andamento climatico, manifestazione dell’intuito vegetale che si adatta a prosperare.

Il mio vino

Quattro vini, quattro modi di interpretare la natura e il tempo: dal vento al bosco, dalla Luna alla lentezza che avanza con forza.

sottile

spensierato

pagine

ALA

Un invito a volare alto nel cielo.

delicatezza

attrazione

estasi

boschetto rosa

Fauni e Driadi sorseggiano nel cuore del bosco.

frutto

sostanza

piacere

mira

Guidati dalla Luna.

snellezza

tenacia

freschezza

Lumaca
cingolata

Lento, ma inarrestabile.